sábado, 7 de julio de 2007

Parole di Andrea Rauch



All’origine c’era la tipografia ‘piana’ e il bancone del tipografo. E ovviamente la ‘cassa’ dei caratteri, ‘alta’ e ‘bassa’, e qualche repertorio di ‘filetti’ e ‘ornamenti’. Che servivano a rendere più gradevole la pagina per clienti di bocca buona che chiedevano uno stampato (un biglietto da visita, un volantino, una carta intestata...) piacevole, equilibrato e, se possiamo dirlo, creativo. Certo, era una creatività pret-a-porter, buona per tutti gli usi, un accumulo di immaginette da libri precedenti, di clichés abbandonati. Una grafica del riciclaggio. La maggior parte di quei repertori erano composti da vecchie xilografie e portavano con sé il tono inconfondibile del bulino e della sgorbia con i chiaroscuri intrecciati da reticoli di linee
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Il passo successivivo furono i mitici libri della Dover, cataloghi organizzati per temi di immagini libere da copyrights e pronte per tutti gli usi. Libri da tagliuzzare (ricordo il primo che ebbi tra le mani e che era un vero e proprio cimitero, con le pagine che stavano ancora insieme solo grazie alla copertina rigida cartonata). I ‘libri della Dover’ (un genere vero e proprio e come tale definibile) erano, come detto, repertori non casuali e quindi si sapeva sempre dove pescare quando c’era bisogno di una ‘mano’, di un ‘fiore’, di un ‘cartiglio’, di un ‘insetto’. Eravamo comunque sempre nell’universo del generico e quei libri, vere e proprie ‘enciclopedie dell’illustrazione’ servivano principalmente come via di fuga in assenza di una creatività più soda e autonoma.
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Poi, nell’era digitale sono arrivati i dingbats e alzi la mano chi, nella sua tastiera, non ha a disposizione perlomeno la serie disegnata da Hermann Zapf, repertorio ‘neutro’ ma indispensabile di pallini, frecce, segnetti, quadrati e triangolini. Tutti, credo, li usiamo con grande e completa disinvoltura. E adesso che siamo alla generazione successiva e finalmente nel contesto, arrivano i dingbats di Sonia & Gabriel, Un mundo feliz, che proprio felice pare non esserlo se, come ci mostrano gli autori nelle pagine del libro e nei files digitali, gli argomenti ossessivamente trattati sono la ‘malattia’, l’‘orrore’, la ‘morte’. Il passo fatto, dagli educati serti di fiori e foglie e dai canestri di frutta della tipografia dei ‘finalini’ di pagina, appare lungo. Si è passati da una tipografia ‘consolatoria’ a una tipografia violentemente ironica e disincantata che sembra non avere né concedere speranza. Le serie di dingbats di Sonia e Gabriel, disponibili per ogni uso come nella tradizione, sono agghiaccianti e fotografano impietosamente un mondo dove ‘razzismo’, ‘droga’, ‘terrorismo’, ‘diguguaglianza’, ‘povertà’, ‘guerra’, ‘distruzione’, sono parole comuni del lessico quotidiano. E dove le variazioni ‘sul tema’ di Sonia e Gabriel, tutte in rigorosissimo rosso e nero, veri e propri tags da replicare sui muri delle città e nelle pagine delle riviste, tentano un’operazione di riappropriazione della consapevolezza e quindi, in definitiva, di lotta politica e di speranza progettuale
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Qualche anno fa nei muri della città dove vivo, Firenze, comparve uno stencil che si andò via via replicando ovunque. Era l’immaginetta di un sommozzatore, con pinne e boccaglio, che nuotava via. Per molti mesi si vide ovunque quell’immagine, poi, un giorno, l’artista autore della performance si presentò in pubblico, in una galleria d’arte, vestito da uomo rana, con tuta e pinne, seduto, silenzioso su una sedia, collegamento visibile e di carne tra l’arte, la città, il pubblico. Forse Sonia e Gabriel potrebbero fare lo stesso e comparire sui muri della propria realtà, e poi nella loro realtà fisica vera, di carne, come espressione visibile della propria metafora, momento di contatto esorcizzante per un disagio che cercano disperatamente di superare. E che, essendo grafici e comunicatori di gran razza, vogliono superare con il loro vocabolario di parole, di comunicazione, di arte.

23 comentarios:

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